Usando il “mezzo televisivo”

Un weekend senza Sei Nazioni ed è subito buuu. Ma io ne approfitto per mettere un po’ insieme pensieri post Italia vs Inghilterra e pensieri di un sabato di febbraio qualsiasi. All’Olimpico cinquanta minuti quasi impeccabili. Entusiasmo. E poi BAM. QUARANTA PUNTI. La batosta. Ancora una volta.
Story of my life, parte la riflessione sulla vita. C’era uno che mi piaceva, uno che non c’entrava niente con me, uno che non capiva niente di rugby ma io mi ero fissata che dovesse essere quello che ti salva, quello giusto, quello vestito d’azzurro con un titolo nobiliare per capirci. Anche perché era carino e se tutto sommato ci stava doveva essere lui. Dubbi iniziali e poi un giorno BAM. Entusiasmo. Ti sembra di fare tutto bene, ma i famosi cinquanta minuti di “glory” scadono anche per te. RI-BAM. Sei un’illusa, un caso perso, non ci sarà mai niente – te le senti ripetere mille volte queste frasi ma niente, pensi che devi vincere tu. E cominciano i trenta minuti che ti devastano, ti portano allo stremo, nella confusione più totale. E non sai più chi sei. Per fortuna la partita finisce, fine delle speranze, incassi a testa bassa quei quaranta punti. La batosta. Ma arriva quel giorno in cui analizzi la partita con gli allenatori, ancora acciaccatissimo per le ferite. Sei stato bravo finché sei stato te stesso, finché hai rispettato il tuo ruolo e ti sei dunque espresso al meglio. Perdi la partita quando smetti di credere di non valere, perché la supremazia del tuo avversario te lo fa credere talmente forte e ti fagocita. Vieni annullato e il resto sono solo tentativi. Inutili.
Ma da quel giorno capisci e ti riprendi tutta l’energia che ti hanno tolto. E torni a essere tu e torna anche lo spazio per l’entusiasmo. Ti aspetta una partita con la Scozia, sul tuo terreno di gioco e se solo riuscirai a far brillare ciò che sei potrai dire la tua, senza illusioni, per ottanta minuti ottanta.
Perché non devi permettere mai che qualcuno ti cambi, specialmente uno che sosteneva che il rugby fa schifo. Tu fai schifo. Punto.
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P.s. ho abusato un po’ del mezzo blog per parlare un po’ di me, scusatemi…(ma se uno fa schifo va detto pubblicamente no??!)

E ti ricordi che avere un blog è una cosa divertente!

Ho sempre avuto un gran bisogno di scrivere, il problema è che te ne rendi veramente conto quando ti accorgi che possiedi un blog su cui non metti piede da – a giorni – due anni. Due anni. Mi sono vergognata. Allora ho deciso che due righe per riprendere un po’ le fila, anche della mia vita che è totalmente cambiata in 365 giorni per 2, le dovevo buttare giù. Forse anche un po’ a caso, come piace scrivere a me, a caso e con sentimento. Non so se l’avevo mai scritto qui, ma confesso che ho una specie di simpatia per l’astrologia e sabato guardando l’Italia come sempre valutavo le belle prestazioni in campo di Parisse e di Canna e mi accorgevo che ancora non avevo scoperto il segno zodiacale del “debuttante”. Allora vado, cerco e trovo che è nato a settembre, come Parisse. Come me. La verità è che Parisse per me rappresenta un’entità da prendere a modello e sono talmente scema (che poi scema, c’è gente che ha come modelli certe robe, va bè) che in certi momenti della vita mi impegno a fare le mie cosine come le farebbe lui. Lui è il capitano, ok, ma per me è qualcosa di più, è un simbolo di responsabilità e coraggio allo stesso tempo, che sono qualità che modestia a parte so di avere pure io a volte. Il mio problema è la costanza, è l’entrenamiento, soprattutto del coraggio. Si dice che i nati sotto il segno della Vergine siano puntuali, rigorosi, responsabili, critici, abili e abbiano un forte senso del dovere. In una parola Parisse. E anche io mi ci ritrovo un sacco. Quindi, quando l’altro giorno ho visto che prendeva in mano la palla e ho detto Drop!, ho pensato a cosa l’avesse portato a farlo. La Vergine non è impulsiva, non è quei segni di fuoco che prima non pensano e dopo sospirano. Eppure Sergio l’ha fatto. E pensavo se anche io avessi mai optato per una scelta del genere. Bene, quando l’ho sentito nell’intervista ho capito. Si tratta di qualcosa che ha a che fare con il coraggio, il coraggio di essere il Capitano e di sobbarcarsi la responsabilità di esserlo. Il senso del dovere, l’essere Capitano implica il coraggio e il coraggio va onorato. Caro Sergio, non sai quanto tu mi abbia fatto riflettere con quel gesto di sabato. A volte uno sta un po’ così per un insieme di circostanze della vita, legge la frase di un libro e riesce a voltare pagina, a andare avanti. E poi ci sono io, che guardo il mio rugby e mi imbatto in un drop mancato del mio Capitano. E oggi ho ricominciato a scrivere.

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Il tamarro e la rugbista

Che differenza c’è tra un tamarro ed un rugbista? Per chi il rugby lo conosce un minimo la risposta è scontata, c’è un abisso tra un tamarro e un rugbista (che secondo me lo getterebbe anche volentieri nell’abissso) e, anzi, penserà che è del tutto inimmaginabile – per non dire immorale – cercare di metterli anche solo a confronto; per chi invece del rugby non sa nulla (e per puro caso si è imbattuto in questo blog molto poco serio) la risposta non è scontata, magari pensa pure che il rugbista lo sia, un tamarro. Allora facciamo che ve lo racconto io che differenza c’è tra un tamarro e un rugbista – quando si dice “tratto da una storia vera”.

Io sono di Milano, o meglio, sono delle provincia e vado a lavorare a Milano, e Milano tutto è fuorché una città di rugby. E si vede. Io vado a lavorare in metropolitana, o meglio, arrivo in macchina vicino a una fermata, e poi prendo la metro. La routine ha voluto che ormai da mesi mi imbattessi sempre, costantemente, ogni mattina e quasi tutte le sere (tempo di ferie incluso) in un ragazzo. Tamarro per l’appunto. Sociologicamente parlando – ormai sapete di questa mia predisposizione all’osservazione della gente – il tamarro è un individuo che a me fa un po’ tenerezza. Più che altro, fa un po’ ridere, ma in ogni caso desta la mia curiosità. Fatto sta che all’ennesima volta che ci siamo incrociati, io ho cercato di attaccar bottone, perché odio profondamente che la gente, siccome non si è mai presentata formalmente, non si debba/possa salutare. Due estati in Argentina hanno alimentato questo malessere e questa mia poca sopportazione della maleducazione. E Milano di certo non aiuta. Milano, mia cara, non è Córdoba o la provincia di Buenos Aires, dove lì persino i muri scambiano quattro chiacchiere con te. Eppure, non è una questione di localizzazione geografica. Io sono convinta che sia una questione di rugby. Ecco l’ho detto. Prendetemi pure per scema, ma io sono andata a vedere la Benetton a Treviso con tappa a Vicenza e respiravo cordialità. A Zárate chi mi ha ospitato senza indugi senza neppure conoscermi non giocava mica a hockey. E le mie grandi amiche volontarie della FIR sparse per l’Italia non si fanno le trasferte chilometriche per chissà quale riconoscimento. Tutto questo ha origine dal rugby, sia esso lo sfondo o la ragione che fa compiere queste piccole imprese quotidiane, che se succedessero anche a Milano io le considererei più come atti di eroismo. Sì, perché si fa in fretta a nascondersi facendo finta di non essersi accorti di te, è davvero facile cambiare posto per evitare l’altro, non ci vuole nulla a pensare “ma che vuole sta qua da me?” (e sono fine), è presto fatto non salutare. Ci vuole un attimo a diventare un tamarro. La prima cosa che ho pensato dopo che il “mio” tamarro mi ha palesemente evitato il giorno dopo il mio exploit (e tuttora continua) è stata: “un rugbista non l’avrebbe mai fatto”. E con rugbista intendo chiunque condivida i valori del rugby (sia chiaro ci sono anche i giocatori di rugby maleducati, ma quelli per me non sono rugbisti). Perché il rugbista sarà pure infame, crudo, diretto e tutto quanto, ma non sarà mai un codardo (altrimenti meglio cambi sport), il rugbista non si nasconde, il rugbista sa di avere delle responsabilità, il rugbista rispetta l’altro, o quantomeno ci parla con l’altro, chiunque esso sia, il rugbista non è prevenuto e non pensa male per principio. Non è costruito. Il rugbista non è evidentemente originario di Milano. Il tamarro, invece, è esattamente quel tipo che non ti saluta in metropolitana. Eppure, per me il tamarro rimane un rugbista mancato, perché io sono buona e cerco sempre di dare una possibilità all’altro, e ci rimango male quando gli altri non sono come me (non ci farò mai l’abitudine, nonostante capiti molto spesso), io non sono chiusa. Sarò di Milano, ma io… sono una rugbista.

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La porta che non si chiude – Italian version

Un po’ come quando si riaprono vecchi diari o si ritrovano le vecchie foto…

Giovedì 27 luglio 2012

È già passato un mese da quel giovedì 28 giugno, il giovedì in cui mi avete aperto le porte del quincho, una porta che è qualcosa di più che semplice vetro e metallo. Aprire la porta del quincho è l’azione che metaforicamente parlando meglio rappresenta il sentimento che muove tutti voi, voi i rugbisti e in generale la gente del rugby di Zárate. Di solito mi dipingono – e mi dipingo – come una persona fredda, a cui costa esprimere i suoi sentimenti. Ed è per questo che ho deciso di scrivere, per ringraziarvi e dimostrarvi che “la ragazza italiana” non potrà mai dimenticare questi giorni passati insieme. Sono arrivata con il peso della delusione sulle spalle, senza troppa fiducia, sola ma con la convinzione (o la speranza) sottile di aver preso una decisione forse un po’ matta ma la migliore di tutta la mia vita. E in effetti oggi, ora che mi bevo un caffè nel quincho e vi guardo mentre vi allenate come sempre lo posso confermare: il rugby, ma più che altro il modo che avete voi di trasmettere il rugby, mi ha ridato tutto quello che pensavo aver perso e addirittura molto di più. Martedì torno a casa, tuttavia porto con me gesti, parole, silenzi, mangiate, chiacchierate che confesso non avranno mai lo stesso sapore una volta raccontate alla mia famiglia e ai miei amici o viste scritte in una tesi. Sono venuta qui e ho vissuto con voi, mi sono sentita accettata come mai mi era capitato e tutto questo grazie al grande cuore che ognuno di voi ha e che risalta ancora di più quando vi si vede insieme.

Porto via con me innanzitutto il saluto di Federico la mattina prima della trasferta a Brandsen, che con il passare del tempo è diventato l’affetto di un fratello-amico-compagnodimate-coinquilino-rompipalle, al quale va il grazie più grande.

Porto con me il karaoke dei terzi tempi, il privilegio di cucinarvi gli spaghetti nel quincho prima della partita, tutti i vostri (mancati) tentativi di parlare italiano.

Porto con me l’entusiasmo di alcuni di voi nel giocare questo sport, che in Italia possiamo solamente immaginare, mi porto via la tranquillità che trasmette il campo con le acca di notte e il vociare del rugby infantil.

Mi porto a casa talmente tante cose, ma questo è un blog e non un’enciclopedia.

Ed è passato un anno da quel giovedì, sono cambiate tante cose, sono passate tante persone davanti a noi ma non passa un giorno senza che riapra col pensiero quella porta del quincho. E so che loro saranno sempre lì, ad aspettarmi pronti per offrirmi un buon mate.

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La puerta que no se cierra

Un poco como encontrar unas viejas fotos o un viejo diario…

Jueves 27 julio 2012

Ya ha pasado un mes desde aquel jueves, el jueves en el que me abrieron la puerta del quincho, una puerta que es más que vidrios y acero. Abrir la puerta del quincho es la acción que metáforicamente hablando mejor representa el sentimiento que mueve a todos ustedes, ustes los rugbiers y en general la gente del rugby zarateño. Normalmente me pintan – y me pinto – como una persona fría, a la que le cuesta expresar sus sentimientos. Y es por eso en realidad que decidí escribir y hacerlo acá en mi blog, para agradecerles por todo y mostrarles que “la chica de Italia” nunca podrá olvidar estos días juntos. Llegué cargada de desilusiones, sin mucha confianza, sola pero con la convicción (o la esperanza) sutil de haber tomado una decisión tal vez loca pero la mejor para mi vida. Y de hecho hoy, ahora que me tomo un café en el quincho y los miro entrenar como siempre, puedo confirmarlo todo: el rugby, y en particular la forma de transmitir el rugby que tienen ustedes, me devolvió todo lo que perdí y encima me dio muchas cosas más. El martes me voy, sin embargo me llevo gestos, palabras, silencios, comidas, charlas que en realidad no tendrán el mismo sabor cuando los cuente a mi familia o a mis amigos o cuando estén escritos en una tesis. Vine y viví con ustedes, me sentí aceptada como nunca en un grupo y todo esto se dio por el gran corazón que cada uno de ustedes tiene y que aún más tienen cuando se los ve juntos.

Me llevo ante todo el saludo de Federico la mañana antes de partir para Brandsen, que a lo largo del tiempo se ha transformado en el “cariño” (ponele) de un hermano-amigo-matero-concu-rompipalle, al que de verdad va el GRAZIE más grande.

Me llevo el recuerdo (y el frío) de la noche del apagón de luz con el recorrido de la Costanera en bici, las “visitas” al gimnasio (gracias César), todos los kilos de asado que me comí y todo el Fernet que les “robé”.

Me llevo el karaoke del tercer tiempo y las palabras siempre lindas del “piubello” Maxi Iavicoli, las “clases” de cumbia y de cuarteto, las palabras de César y Fede después del partido con San Marcos, sencillas y auténticas.

Me llevo el privilegio de cocinar spaghetti en el quincho antes del partido y, obviamente, también gnocchi con el Colo.

Me llevo todos sus intentos de hablar italiano – y todavía me queda sin explicación el “questa bambina” que todo el mundo conoce como típicamente italiano.

Me llevo la sonrisa de la pequeña Lucía que me pregunta si soy paraguaya (but why?), me llevo un recorrido un poco bizarro en Buenos Aires con Fede y su mamá y el sabor del asado del Chino.

Me llevo el entusiasmo de algunos para jugar este deporte, que en Italia nos lo podemos solamente imaginar, me llevo la tranquilidad que trasmite la cancha con las haches a la noche y el “griterío” del kiosko del rugby infantil (un movimiento en el que les ruego sigan invertiendo sus esfuerzos porque este es el camino).

Me llevo un montón de otras cosas (hasta el acompañar al entrenador a su casa, manejando) por las que tendría que agradecer pero este es un blog no una enciclopedia.

Y ha pasado un año desde aquel jueves 28, muchas cosas han cambiado, muchas personas han pasado por nuestras vidas pero no pasa un día sin que yo vuelva a abrir aquella puerta  del quincho. Y sé que ahí ellos siempre estáran, esperandome con un buen mate solamente para mí.

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Rincorrendo “mi camiseta del Viadana”

Tra una cosa e l’altra questa piccola fiammiferaia ha fatto il suo ingresso nel mondo del lavoro, anche se credo sarà solo una comparsa, per questo ho abbandonato un po’ gli ormeggi di questa zattera virtuale ovale. Vi dovevo ancora un post sulle celebrazioni del rugby zarateño, ma immediatamente dopo è successo un evento che mi ha bloccato l’ispirazione. Il Fede si è infortunato al ginocchio e starà fuori dal campo mesi. Molti. Il Fede è il capitano dell’ombù, del Náutico Arsenal appunto, ed è contemporaneamente il fratello che non ho mai avuto. Con molta probabilità vi ho già parlato di lui, sarebbe impossibile visto che ad ogni due frasi che pronuncio la terza contiene sempre un “il Fede infatti…”, “il Fede diceva che…”, “devo dirlo al Fede…” e cose così. Forse vi ho detto che è grasso per essere un mediano d’apertura, però che ci mette tanto cuore. Ma ora dice di aver fatto la dieta. Forse vi ho detto anche che ha un gemello che non gli assomiglia per niente, mentre è la copia perfetta del buon Samvise Gamgee. Quello che non vi ho detto – e qui arrivo al post – è che tra di noi c’è un qualcosa di particolarissimo che ci lega. Una maglia del Viadana, la maglia del hermanamiento.

“La camiseta del Viadana” è stato il leitmotiv della permanenza a Zárate ma soprattutto del mio rientro in patria, quando ogni occasione era buona per ricordami “mandame una camiseta del Viadana”, “y la camiseta?”. Io all’inizio di novembre, appena ho avuto un attimo per fuggire a Viadana (la Viadana che ti manca) l’ho chiesta questa camiseta. Avevo contattato il grandissimo Alessandro Soragna che mi disse che all’epoca aveva una maglia che teneva in serbo proprio per un’occasione del genere. Il problema è che molti, io compresa, non sanno quanto sia difficile spedire cose in Argentina. Il risultato è stato che:

A) il 4 novembre ricevevo la maglia del Viadana e la impacchettavo, il lunedì la andavo per spedirla, ma un signore gentilissimo mi diceva che “oramai ho rinunciato a mandare cose in Argentina a meno che non siano documenti” proponendomi poi “bè se riesci a farti dare un indirizzo in Uruguay è più facile”. Cosa?! Tornavo dunque mesta verso casa.

B) La maglia rimane impacchettata per mesi e io non ho il coraggio di scrivere a Alessandro Soragna, anche perché io gli avevo promesso una maglia del Náutico Arsenal in cambio (che probabilmente non arriverà mai a sto punto).

C) A gennaio mi viene a trovare un mio amico di Córdoba e appena prima del suo rientro, a fine febbraio, ho un lampo di genio. “Ok non c’è problema, se vuoi gliela porto io, arrivo a Buenos Aires e viene a prendersela”. Geniale. Tolgo dall’impacchettamento la camiseta e decido di scendere a Roma – partiva da Fiumicino il mio amico – giorni prima della partita del Sei Nazioni con l’Irlanda. Già che c’ero però mi son fatta un regalino e ho preso un po’ di maglie, tra cui quella d’allenamento ufficiale dell’Italia da mandare al Fede per il suo compleanno (è il 6 aprile, arriverà!).

D) Maglia consegnata, giunge in territorio bonairense. Non fosse che c’è un’incomprensione tra il mio amico e l’amico di Fede che doveva recuperarla e…la camiseta (che poi ora sono due) finisce a Córdoba. Da lì verrà spedita, prima o poi, al Fede.

E) Passa il compleanno di Fede e la maglia ancora giace in camera di quello sciagurato cordobese, finché un giorno…”Il tuo amico mi ha scritto che mi ha mandato la maglia”, “Gliel’ho mandata, ora incrocia le dita perché non sempre arrivano le cose qui da noi, sai”. Passano altre due settimane nel frattempo dal compleanno del Fede. Siamo a più di metà aprile.

F, che sta per FINE) il 23 aprile, pochissimo tempo dopo che il Fede si è distrutto il ginocchio, “la camiseta del Viadana” è giunta a destinazione! Il momento non era certo dei migliori, ma io credo che un sorriso il mio avventuroso regalo gliel’ha strappato al nostro Fede.

La morale della storia? Forse che se vogliamo fermamente che qualcosa si realizzi dobbiamo esserne convinti e non fermarci alle prime difficoltà, ma ingegnarci a trovare passaggi alternativi lungo la strada. O forse semplicemente che gli scambi con quel paese laggiù in basso sono un gran casino.

In ogni caso, io continuo ad attendere di vedere coi miei occhi “la camiseta del Viadana” al suo posto in quella casa di Zárate che conosco bene. Ma forse dovrò aspettare altri cinque mesi e passa, conoscendoli!

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Ma voi lo sapete che cos’è un ombú?

Il “triduo” di festeggiamenti per l’anniversario dei 40 anni ininterrotti di rugby a Zárate continua. La seconda tappa  ci porta nei meandri della botanica della pampa. Io prima di cominciare a investigare per la tesi, un anno fa, non avevo mai sentito parlare di ombú. E prima del 28 giugno non ne avevo nemmeno mai visto uno, di ombù. A questo punto vi chiedo, voi lo sapete che cos’è un ombù?

Botanicamente parlando si tratta di Phytolacca dioica, una pianta a metà tra un albero e un arbusto, tipica della zona della pampa argentina e uruguaya.

I bene informati a riguardo, gli “indigeni” da me intervistati mi hanno tuttavia offerto un racconto che parte dalle caratteristiche botaniche della pianta per confondersi poi con la leggenda e la religione…

“L’ombù cominciò ad essere piantato intorno al diciottesimo secolo, visto che davanti a questo enorme ‘mare di prato’ (la Pampa) serviva principalmente come punto di riferimento nell’immensità della pianura e ovviamente come oasi, luogo per riposarsi. Così questa pianta divenne una risorsa per i viandanti della pianura e, siccome era nato come un ‘gregario selvatico’, si trasforma anche in simbolo di solitudine. L’ombù però vive per secoli, con la sua enorme chioma verde e solido e inamovibile. Non c’è uragano che possa smuoverlo né fulmine che riesca ad abbatterlo. E questi sono un po’ i valori che ci insegna la nostra pianta. Devi sapere che questo arbusto generoso ha una leggenda. […] Insomma si racconta che durante la Creazione, Dio andasse a chiedere a tutte le piante come volessero essere, per cui il sughero chiese di essere forte e duro per resistere ai colpi, il jaracandá chiese di essere bello e vistoso come una donna, la canna da zucchero chiese di essere lunga e dura come una lancia di soldato e d’aiuto per i buoi e così via. Arrivò il turno dell’ombù che chiese di essere frondoso per dare riposo e ombra ai viandanti; niente fiori profumati, né colori vistosi, né succo o frutta. Che il tronco fosse morbido in modo che neanche i chiodi potessero rimanere incastrati nel legno. L’ombù disse a Dio: ‘Dio, voglio fare del bene per gli uomini, voglio alleviare loro la fatica mentre attraversano le pianure e i monti, i fiumi e le montagne, sotto il sole e morti di sete lungo le terre aride per il calore’…”.

L’ombù come simbolo è un’autentica fonte di rappresentanza, nazionale innanzitutto. L’ombù è un veicolo di argentinità immediato: è l’albero della Pampa, dei gauchos, i suoi abitanti originari, mito della nazione. Non solo. L’ombù è, nell’area geografica in cui si trova Zárate, un tratto distintivo della località. Diventa, così, una sorta di albero “sacro”, di monumento vivente, al punto che anche ufficialmente al posto di parlare della “squadra di rugby del Club Náutico Arsenal Zárate”, si parla più in generale “dell’Ombù” – sarà anche che sono molti meno caratteri da scrivere – . In effetti, ai loro occhi l’ombù è sì questo

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ma anche, soprattutto, questo

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Nei giornali e sui blog si scrive “ganò el Ombù” (ha vinto l’Ombù) piuttosto che “no pudo el Ombù” (non ce l’ha fatta l’Ombù), una pianta che dall’esterno del club si associa immediatamente a Zárate e che all’interno del club costituisce un modo per far parlare di sé attraverso ciò che di buono il rugby ha fatto per il club stesso. Ecco che il nostro alberello non poteva che essere presente sulla camiseta del club. Chi è socio ma non appartiene al mondo del rugby, sottolinea comunque questo simbolo del rugby, poiché automaticamente è simbolo di Zárate e di una Zárate “positiva” che si rifà alla famosa leggenda della nascita di questa strana pianta dai nobili valori. Eppure c’è UN OMBU in particolare, che è legato ad un’altra leggenda, quella dei treinta locos che si radunavano attorno all’albero che stava in mezzo a dove oggi c’è il campo.

“Un ombù in particolare fu ciò che motivò dei giovani ragazzi amici a sfruttare la sua ombra durante gli storici pomeriggi di rugby che si facevano all’epoca. Lì dove oggi c’è il campo da gioco Néstor “pancho” Jeanmaire c’era un frondoso ombú, nell’angolo nord-ovest della piana sotto la barranca, che era in pratica un prato dove andavano a improvvisare una tocata – rugby touch. Quando il rugby si ritrovava ufficialmente nella zona di Villa Eugenia, all’inizio, che è a un paio di chilometri dal centro, il campo con l’ombù era il luogo dello sport informale. Era simbolo di riunione, dove sotto la sua ombra sono nati i sogni di tutto un club e di una istituzione. Quindi al di là del fatto che l’ombù come albero sia blando e dal legno molle, in questa città invece è un simbolo, è simbolo innanzitutto del rugby di Zárate, ma anche di riunione tra amici, di condivisione di sogni alla sua ombra, di amicizia, di uguaglianza, di solidarietà. Sì perché il grande merito che ha avuto il dottor Jeanmaire è stato dalla fondazione fino ai giorni nostri far avere a questa città uno sport non classista – come invece è considerato nella maggior parte dell’Argentina – sempre privilegiando la possibilità di dare uno sport prima di andare a vedere la condizione economica o l’appartenenza a un preciso strato sociale. Infatti lui, che è stato fondatore e primo allenatore del rugby, non ha mai emarginato o discriminato nessuno dei suoi ragazzi”.

Il signor Jeanmaire, la memoria vivente (che tra l’altro è anche piuttosto giovane), nonché vero e proprio direttore d’orchestra di quei trenta pazzi scatenati, è considerato come una vera e propria istituzione, al punto che il campo da gioco ufficiale della città non poteva che essere dedicato a lui. Lui e il gruppo di ragazzi precursori di quelli che oggi giocano nel club sono un vero e proprio pezzo di storia lì, che il rugby conserva gelosamente (e che stasera festeggeranno con una cena tutti insieme, giusto in tempo per l’inizio della stagione con il torneo della URBA che inizia proprio domani). Essi rappresentano la prima “banda del ombú”, come adorano autodefinirsi.

Ecco che l’ombù non è semplicemente un albero/arbusto. Ombú per me – e da questo momento spero anche per voi – significa rugby, anzi è sinonimo di fuoridirugby come quei trenta locos capitanati da Jeanmaire quarant’anni fa e da F. Montero oggi.

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Quarant’anni di rugby e non sentirli. Vi racconto un po’ di Zárate.

Ogni tanto rispolvero letteralmente la mia tesi color blu oltremare con la scritta rossa e mi sorprendo degli spunti – più o meno interessanti – che essa può offrire per questo blog. In realtà sabato c’è un’occasione assai importante da celebrare a 12000 km di distanza da qui, a Zárate, in quella che è la mia seconda casa. Per questo ci tenevo a rendervi partecipi unendovi a me nel fare gli auguri al “mio” club dal cuore d’oro che il 6 aprile compie 40 anni di rugby. Comincio oggi le celebrazioni postandovi innanzitutto la storia ufficiale dell’evoluzione di questo movimento all’interno di una cittadina in cui il rugby non è mai stato visto di buon occhio e continua a lottare contro tanti pregiudizi.

Da Zárate Rugby Club a Náutico Arsenal Rugby: storia di un club non proprio come tanti.

“Nel suo domicilio legale della città di Zárate, circoscrizione omonima della Provincia di Buenos Aires,  […] viene fondato ARSENAL ZÁRATE RUGBY, che funzionerà a sua volta come sub-commissione del rugby del Club Náutico Arsenal di Zárate, fino a che un’assemblea straordinaria non affermi il contrario e che utilizzerà come colori distintivi il bianco, il rosso e il blu oltremare e l’ombù come simbolo del rugby della nostra città”. Così sancisce l’articolo 1 dello Statuto dell’Arsenal sezione Rugby (ultima modifica del 2007), una delle sub-commissioni del club più grande di cui fa parte. In realtà, il rugby è molto di più di una semplice parte del macrocosmo del club cui appartiene; lo si evince dalla sua evoluzione, raccontatami dalla “memoria storica” del club.

Nel 1973 un gruppo di ragazzi che arrivavano a malapena a venticinque anni, capitanato dal Dottor Néstor Emilio Pancho Jeanmaire, decise di cominciare a praticare uno sport che all’epoca non era diffuso nella città: il rugby. Tra i giovani, che cominciarono riunendosi nel Club Atlético Belgrano, vi erano coloro che sarebbero poi diventati il primo club di rugby locale, che prese il nome di Zárate Rugby Club, l’associazione definita come “la preistoria dello sport cittadino”. La vita del rugby nel Club Belgrano fu piuttosto breve, dal momento che era necessario un luogo permanente dove stabilirsi. Un’altra volta diede il suo contributo incondizionato il Dottor Jeanmaire: la sua famiglia, infatti, aveva alcuni ettari di terreno lungo la Ruta 12, davanti al quartiere orientale di Saavedra, una periferia che successivamente sarebbe andata lottizzata sotto il nome di Villa Eugenia, abbastanza lontana dal centro della città. La totalità delle infrastrutture si limitava alle due acca dei pali e alle linee di demarcazione del campo. Al termine delle partite era, però, necessario disporre di spogliatoi e di uno spazio per il terzo tempo. I ragazzi erano quasi tutti soci del Club Náutico Zárate, per cui si ovviava al problema utilizzando le strutture di quest’ultimo, non solo per ospitare le squadre avversarie, ma anche per allenarsi durante la settimana, sempre in notturna, nei giorni e negli orari che sarebbero poi diventati tradizionalmente il martedì e il giovedì dalle 21 alle 23. E che sono tutt’oggi.

Con il passare degli anni, tuttavia, sempre più ragazzi si appassionarono alla nuova pratica, ma non tutti potevano permettersi di pagare la quota del Náutico, che, come da tradizione dei club argentini di questo tipo (in cui si paga fior fior di pesos), rimaneva pur sempre un circolo elitario. Inoltre, il doversi spostare ogni volta fino a Villa Eugenia era diventato pesante; prese, dunque, piede l’abitudine di allenarsi nello spazio libero – sostanzialmente un prato – ubicato all’intersezione tra le vie Rivadavia e Crucero General Belgrano, proprio davanti all’entrata del Club Náutico. Lì, alle spalle del SADOS, che era una sorta di magazzino di proprietà dell’Arsenale della Marina, si estendeva appunto un grande prato con al centro un enorme ombù, un arbusto tipico della zona che ben presto divenne il simbolo del rugby. Il bisogno di trovare un club che potesse ospitare il rugby si fece sempre più imperioso e alla fine il Dottor Jeanmaire decise di consultare l’allora presidente del Club Náutico Arsenal, il signor Domingo Batista. Il verdetto fu di lasciare al rugby a titolo di prestito, per un periodo di cinquant’anni, lo spiazzo con al centro l’ombù. Il problema era che, in ogni caso, nemmeno il Club Náutico Arsenal possedeva delle infrastrutture adeguate e nemmeno gli spogliatoi erano a norma. Nonostante ciò, nello spazio dedicato loro, che si trovava lungo una discesa dalla pendenza piuttosto pronunciata verso il fiume – la cosiddetta barranca -, i ragazzi del rugby in prima persona, aiutati dagli altri soci dell’Arsenal, iniziarono i lavori di appianamento del pendio. Si trattava di un lavoro imponente, più che altro dal punto di vista economico, per cui si cercò di raccogliere fondi attraverso le più svariate manifestazioni, dalle lotterie ai balli in maschera. Un aiuto venne sicuramente anche dall’ascesa sportiva della squadra di rugby che dal 1973 e per i successivi cinque anni giocò solo partite amichevoli, ma che nel 1979 e nel 1980 raggiunse l’obiettivo di prendere parte alla Liga del Noroeste della Provincia di Buenos Aires. Ad essa partecipavano quei club che seppur forti, per la loro distanza geografica dalla Capitale, erano esclusi dai campionati della federazione. Oltre ai costanti lavori di adeguamento del campo, rimaneva, in ogni caso, una questione pendente ancora più intricata da risolvere, quella amministrativo-istituzionale. In precedenza si era tentato di intavolare trattative anche con il vicino Club Náutico Zárate, tuttavia fu lo stesso Náutico Arsenal che decise di adottare il rugby come una delle sue attività: era l’anno 1981. Le soddisfazioni, ora doppiamente prestigiose per il CNAZ, continuarono con le consultazioni e le trattative per far fare quel “salto di qualità” al rugby locale. L’anno chiave fu il 1983: dopo numerosi colloqui con la UAR (Unión Argentina de Rugby), portati avanti dai due soci fondatori Néstor Camezzana e Aníbal Giglionne con Luis Dainotto, Héctor Frutos e José Luís Molina, il Club Náutico Arsenal di Zárate, entrava a far parte a tutti gli effetti delle divisioni della Unión Argentina de Rugby. Con l’introduzione del torneo della URBA (Unión de Rugby de Buenos Aires), il massimo campionato argentino per club, il rugby si trasformò nell’attività di punta del club polisportivo zarateño, che attualmente milita nel Grupo III e che, sorprendentemente, riuscì nell’impresa di ascendere al Grupo II (la Seconda Divisione) nel 1989.

Con la decisione di albergare nelle proprie strutture l’unico club a praticare questa attività nella città, il Náutico Arsenal diventa automaticamente “un club diverso”, appunto, “più unico che raro”, l’unico ad offrire la pratica del rugby, uno sport che in Argentina si gioca dal 1874 e, secondo le stime dell’International Rugby Board, conta tra le sue fila circa settantamila praticanti. Ciò nonostante, la percezione è che il livello di incorporazione della peculiarità di questo club polisportivo sia tale per cui, a detta dei soci fondatori e di chi vive all’interno di questa realtà, l’Arsenal è un club che “non ha nulla”, “non ha molto da dire”, mentre il modello – “lontano anni luce” – a cui ispirarsi è ai loro occhi incarnato dalla città di San Isidro con il famoso Casi e il Sic dove militò un tale Ernesto Guevara de la Serna poi “Che”, cui è legata la storia personale e sportiva dello stesso Presidente del rugby, quel Morelli che mi ha lasciato aneddoti come questi che ho deciso di condividere con voi (scusate la trascrizione stile intervista un po’ a scatti):

“Io ho iniziato a giocare nel Náutico Arsenal di Zárate nel 1989, venivo da un’esperienza in Prima Divisione, giocavo nel Club Atlético de San Isidro, dal 1977 al 1988, che fu il mio ultimo anno […] poi ero stato selezionato per i Pumitas, nel 1976 e lì ho conosciuto gente di San Isidro e sono poi andato a giocare nel CASI. Nel CASI ho avuto la possibilità di giocare con molti giocatori di grande livello, dei Pumas, sono stato campione con il CASI nel 1981, campione imbattuto, poi anche nel 1982 e nel 1985, prima anche nel 1976 che ero riserva,  giocavo nell’under 19. […] e io nel 1985 per situazioni della vita sono venuto a Zárate a vivere, per sei mesi e andavo avanti e indietro tutti i giorni e… un giorno uno dei giocatori di Zárate mi propose ‘perché non vieni a vivere e giocare qua?’. Passarono tre o quattro anni e un giorno, dopo che mi ero dovuto fermare di notte per strada mentre venivo qua, ho deciso che basta…vado a vivere a Zárate! E lì nel 1989 siamo riusciti con Zárate a raggiungere la promozione al Grupo II […] e ho giocato fino al 2003. […] con una interruzione dal ’94 al ’99 ché mi sono infortunato alle vertebre, e mi avevano proibito tutti di continuare a giocare, ma io non potevo stare a guardare una partita di rugby e non essere dentro il campo. Allora nel ’99 contro tutti, ché i miei compagni anche mi dicevano che era una follia, ho fatto un’assicurazione che mi copriva 2000 dollari e che toglieva il club da ogni responsabilità e ho ricominciato a giocare. […] nel 2002 smetto e comincio ad allenare, la prima divisione, e, precisamente in quel momento, il mio figlio più grande, Benjamin sale in prima squadra. A metà anno dico ‘no, non posso allenare se mio figlio gioca’, allora ho ricominciato a giocare! Ho giocato le mie ultime tre partite in prima squadra con mio figlio e lì poi nel 2003 mi ritiro completamente, definitivamente… […] io sono stato il primo giocatore nella storia del CASI, che è un club con moltissima tradizione, fondato nel 1902, io ho avuto l’onore di essere giocatore del CASI nell’anniversario… all’epoca poi, un altro aneddoto è che ho debuttato a 18 anni in Primera, io facevo il servizio militare nel ’76 e il Caña Varela – che era l’allenatore del CASI – mi prende da parte e mi dice ‘ragazzo, tu debutti oggi’ e io ‘ma se sono di guardia, non posso’ e lui ‘no il tuo capo è già stato avvisato’ e niente un taxi mi venne a prendere e io arrivo lì, dopo soli due mesi che tra l’altro non ero nemmeno socio del club e gioco!”. 

Per oggi mi fermo, ché ho già messo fin troppa carne al fuoco. Altrimenti l’asado non viene bene.

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È venerdì mattina e “Leggo” di rugby ed Argentina

Ormai voi che più o meno assiduamente mi seguite, avete capito quanto legata io sia a quella terra a forma di triangolo rovesciato che chiamano Argentina. Fatto sta che, complice  – io credo – l’effetto papa Francesco, venerdì mattina esco dalla metropolitana e alla fermata dell’autobus prendo in mano il mio “Leggo” e ancora prima di aprirlo vedo una cosa strana in un riquadro della prima pagina. Nella “cosa strana” c’erano le parole Argentina e rugby. In prima pagina. Del Leggo. Eppure sono sveglia, sì sì. Snobbo addirittura l’oroscopo e cerco rapidamente con le dita gelate la pagina sei. Vi rendo ora partecipi della mia positiva sorpresa e vi posto direttamente quell’articolo di Romolo Buffoni. Ecco cosa vi leggo venerdì 29 marzo 2013 alle 07:30 circa.

ROMA – Quella dei desaparecidos argentini è una tragedia ancora avvolta nella nebbia. Da quando, nel 1977, le madri di Plaza de Mayo a Buenos Aires cominciarono a chiedere la verità sui loro figli, di tanto in tanto l’alone del mistero si squarcia.
Emergono storie, come quella riportata a galla dal giornalista scrittore Claudio Fava (sceneggiatore del film «I cento passi») che nel romanzo «Mar del Plata» ha raccontato la vicenda della squadra di rugby La Plata, decimata dai bravi di Videla ma rimasta in campo a giocare fino a fine campionato perché «tutti non ci potranno ammazzare». Una storia che comincia nel 1978 quando, proprio con lo sport, il Regime voleva proporsi al mondo come modello vincente e alzò al cielo la coppa del mondo di calcio. Ma mentre Kempes segnava, Otilio Pascua, mediano di apertura, veniva ritrovato nel fiume con le mani legate dietro alla schiena e con un foro di proiettile alla testa. La colpa? Aver simpatizzato per il movimento studentesco. Storia che decolla col raccoglimento nella partita successiva – un minuto che diventano dieci – e che si conclude con l’ultima partita in uno stadio gremito che grida «viva la libertà» in faccia ai colonnelli. «Il desiderio di scriverne – spiega Fava – nacque quando, in uno dei miei viaggi in Argentina, lessi gli articoli del giornalista Gustavo Veiga che aveva ritrovato l’ultimo superstite di quella squadra». I nomi e alcuni riferimenti geografici (Mar del Plata è una città a 410 km da Buenos Aires, i fatti si svolsero invece a La Plata a 59 km dalla capitale) sono romanzati: «Sì – ammette Fava – ho ricostruito secondo la mia sensibilità. Ma Raul, il nome del sopravvissuto, i 10’ di raccoglimento, gli snodi fondamentali e la cornice della storia, sono autentici».
Un romanzo che Fava ha fatto precedere da alcuni articoli scritti su L’Unità e che hanno messo sulle tracce della storia del Rugby La Plata anche un’altra scrittrice, Monica Zornetta. Lei si è recata in Argentina sui luoghi dell’accaduto. Sta scrivendone un libro di documenti e testimonianze. «Molti a La Plata ancora ignorano l’accaduto – spiega – Anche il club ha da poco scoperto una targa commemorativa ma senza enfasi. C’è scritto: “Si ricordano i ragazzi vittime della dittatura militare“, ma senza i nomi. C’è solo la foto in bianco e nero di quella squadra». Nemmeno Dominguez, argentino ed ex pilastro della nostra nazionale della palla ovale, ne aveva mai sentito parlare: «Certo, conosco il La Plata, ma di questa storia non ne sapevo nulla».
Oblio difficile da battere in un’Argentina che, nonostante i due ergastoli e i 50 anni di carcere a Videla, il capo della giunta militare che dal 1976 al 1983 oppresse il paese, ancora deve fare i conti col passato. Per questo Fava nel romanzo non offre paralleli col nostro ventennio «sul quale hanno fatto luce la guerra e la storia», ma sulla lotta alla mafia. «Perché lì, come qui, c’è ancora un’area grigia dove si nascondono collusi e sodali di una guerra sporca. Quella dittatura, così come la mafia, voleva conquistare il potere e colpire e annientare ogni forma di dissenso». Ma qualcuno riuscì lo stesso a correre veloce e andare in meta.

La sociologa che c’è in me potete immaginare quanto sia stata smossa da questo articolo (io che ahimè fatico a leggere), il problema è che la sociologa prima di fare progetti e porsi interrogativi curiosi – che già ci sono ma lasciamoli lì – deve procedere ad un’altra grande indispensabile e dispendiosa ricerca. Quella di un “trabajo”, di un laburo per dirlo come quelli che chiamano argentini.

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